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Sconfinamenti: Progetti Uscite didattiche Gite fuori e dentro la scuola Attività

A chi non piacciono le gite scolastiche!

Il bello di andare a scuola è anche questo! Ricevere la notizia, dopo una mattinata di lezione, che il trentundici novennaio duemiladiciannuno si andrà in gita! E allora la notizia ti toglierà lo stress di un'intera mattinata passata sul banco a studiare. In questa rubrica scoprirai le nostre fughe fuori dalla scuola, le mete raggiunte, i musei visitati, i laboratori sperimentati... E magari vorrai andarci anche tu!

 
Sami Modiano “Per questo ho vissuto”   Riflessione sull’uscita didattica al Memoriale Della Shoah Di Milano
di Agata Guizzi  3C   di Maddalena Biondi, classe 3C, gennaio 2018

Per questo ho vissuto, un libro complesso, articolato, un libro forte. Forte perché delle semplici parole su carta bianca provocano emozioni, perché alcune parole tirano schiaffi sulle guance colme di lacrime del lettore. Ma soprattutto forte come Samuel, che ha preso coraggio e l'ha scritto. È meraviglioso leggere l'introduzione, immaginando di correre tra i prati, assaggiare le prelibatezze della tradizione ebraica assaporando la tranquillità di un'isola come Rodi dove tutti conoscono tutti; ma è anche terribilmente triste vedere come tutto ciò che gli era più caro, ciò che era la sua casa, possa essergli strappato, come un albero secolare dal suo giardino, solo perché diverso, una piccola comunità di aceri in mezzo ai platani, alle betulle… estirpati dagli abeti, alberi quanto loro, che li sradicano dalle loro radici per un capriccio, un insensato bisogno di supremazia. Non potevo fare a meno di sentirmi un 'buco' in pancia, di provare orrore, leggendo della deportazione, di come erano costretti a patire la fame, come dovevano adattarsi per i loro bisogni e come dovevano umiliarsi per ottenere un po' d'acqua.

Ecco, l'umiliazione, è questo che mi ha fatto provare più rabbia. Leggere di queste persone trattate come animali senza un minimo riguardo, perché ebree o in generale “diverse”, che poi, diverse da chi? Dai tedeschi? Non erano loro ad essere diversi dagli ebrei? No,certo, perché un ebreo non si sogna nemmeno di identificare qualcuno come diverso edi conseguenza pericoloso. La prima volta che mi sono venute le lacrime agli occhi è stato sulla Rampa, immaginando un padre disperato che cerca invano di trattenere a sé la figlia, riuscivo a percepire le urla, il caldo dei colpi sulla schiena del padre e il pianto di Lucia che cercava in tutti i modi di non separarsi dai suoi familiari. Un pianto straziato, pieno di singhiozzi e di suppliche di un essere destinato alla morte, un essere che ha fatto da madre asuo fratello e al padre stesso, una donna che ha resistito fino a quando a potuto, per noi abbandonarsi al limbo della fredda e triste morte.La storia all'interno di Birkenau è impressionante, leggere di quel che è accaduto fa proprio male, soprattutto all'arrivo dell'inverno polacco, con la neve alta fino alle ginocchia, in quei pigiami a strisce, il freddo umido che scende per la schiena e il gelido risvegli in mezzo ai morti.

E poi arriva la grande camminata, quei cinque chilometri di pura sofferenza, di terrore allo stato brado, dove chi si ferma era cadavere, come chi aiutava gli altri. Mentre leggevo, percepivo la neve che si insinuava negli zoccoli, il vento gelido che, come un coltello, tagliava le guance incavate e arrossate, la fatica e la sofferenza estrema di tutti i prigionieri in marcia, che come mucche portate al macello avanzavano e inciampavano, mentre assistevano alle agonie e alla morte di tutti.

Non ricordo di aver provato sollievo o felicità durante la liberazione, mentre quando sono scappati provavo un grande senso di libertà e divertimento, come fossi io a correre giù da un prato erboso nel cuore della notte o a riposarmi nel fienile, tra la paglia.La parte a Ostia, per quanto interessante, non mi ha trasmesso granché, mentre quando nel Congo belga il governo si prende tutto ciò che lui ha, mi ha colpita di più forse perché la sofferenza e il dolore sono sempre più interessanti, ma noi umani siamo così, abbiamo bisogno di dolore, per non provocarne.

Nonostante tutto Sami si è salvato, forse per fortuna o determinazione, ma la sua storia, come quella di milioni di altri ebrei ci insegna a non dimenticare e che la discriminazione è il primo passo avanti per l'autodistruzione della specie umana.

 

Supera l’indifferenza e fai la differenza.

60 pezzi. 80, 100 pezzi, 120 pezzi. Era così che i tedeschi fascisti nominavano gli Ebrei, pezzi. Togliere loro la dignità, farli sentire inutili, piccoli piccoli; fino a scomparire. Io personalmente, non ce l’avrei mai fatta, mi rendo conto di essere una ragazza forte di carattere, ma tutta quella forza proprio non avrei saputo dove trovarla. La forza di non mollare, di non lanciarmi contro un filo spinato, di non far finta di stare male per andare in infermeria, e non tornare mai più.  Come spettatrice, non posso fare altro che provare una profonda ammirazione per Liliana Segre e tutti i sopravvissuti alla Shoah, che oggi hanno trovato il coraggio di parlare della loro infanzia distrutta, della loro giovinezza che rimarrà per sempre segnata da questa terribile cicatrice.Della visita al binario 21 mi ha colpita soprattutto il buio dei corridoi; il freddo e il silenzio che a quel tempo sarà stato riempito da urla di neonati, fischi di spifferi di vento, strusciare di valigie, pianti di bambini.  

Quando ci è stata offerta l’opportunità di poter salire sui vagoni di legno che venivano adoperati per il trasporto di Ebrei, mi è mancato il respiro. Le mie dita che scorrevano lungo il legno umido delle pareti, i miei occhi rivolti al cielo, oscurato dal bassissimo tetto del vagone che in media trasportava 90 persone, portandole alla morte.Non ci pensate mai, se le pareti di quel vagone avessero potuto vedere? Non ci pensate mai a quante morti avrebbero assistito, a quanti pianti, a quanti sussurri avrebbero sentito? Beh… io si, e in quel momento più di ogni altro. La mia mente si è distaccata per un istante dalle mie orecchie, e ho smesso per un momento di ascoltare la nostra giuda, immaginando di essere lì. Tra le mamme piangenti abbracciate ai loro figli, ai quali avrebbero dovuto soloinsegnare a crescere e a sorridere, con la certezza di non rivederli mai più.

Credo che quel luogo occuperà un grande spazio nella mia memoria, nel cassetto delle esperienze da ricordare.                          

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
   
   
 
 
     

 

   
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     

 

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